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Recensione – “Reality”


reality locandinaRecensione: “Reality”

Voto: 7

Poteva essere un capolavoro, invece si tratta solo di un bel film, molto suggestivo. “Reality”, l’ultima pellicola di Matteo Garrone (regista di “Gomorra”), premiata col prestigioso Grand Prix della Giuria a Cannes 2012, nasce come un progetto ambizioso e affascinante, sin dal titolo. La parola “Reality” è un chiaro riferimento ai reality show, in primis al Grande Fratello, di cui si parla approfonditamente nel film; ma “reality” vuol dire ‘realtà’. Sin dal titolo, Garrone si propone di descrivere un vero reality dell’Italia, o almeno di una zona dell’Italia particolarmente disagiata, il napoletano. La realtà è tutt’altro dalle atmosfere patinate, gioiose e artefatte dei “Reality” show, che piuttosto dovrebbero chiamarsi false show o Hypocrisy show. La realtà è quella di Luciano, umile e simpatico pescivendolo napoletano, che cerca di sbarcare il lunario con la sua numerosissima famiglia allargata (formata da genitori, zie e nipoti, tutti residenti in un unico caseggiato popolare) aiutandosi con un affare truffaldino, che porta avanti insieme a sua moglie Maria (una vendita abusiva di robot da cucina). Il regista, che è anche un ottimo pittore, è molto abile nel riprendere veri e propri quadri decadenti, raffiguranti la vita quotidiana che si svolge tra le mura decrepite della casa del protagonista, in cui vivono altri “ritratti umani” quasi caricaturali, sovrappeso o esageratamente pittoreschi (aggettivo che, appunto, deriva dal termine ‘pittore’). E’ questa la vera casa del ‘reality’, della realtà, è questa la verità dell’Italia del 2000. A questa casa, si contrappone un’altra Casa, quella del programma “Grande Fratello” che piomba improvvisamente e direi ‘violentemente’ nella famiglia di Luciano. Quest’ultimo è affascinato dall’idea di partecipare alle selezioni per il programma, che si tengono all’interno di un supermercato. Alla fine partecipa, e dopo pochi giorni, viene contattato dalla redazione del programma, che gli comunica che ha superato le prime selezioni e deve ora recarsi a Roma per una seconda selezione. E’ l’inizio della fine. Luciano sprofonda nella mitomania e nella nevrosi maniaco-ossessiva da successo (che in questo caso non è ancora arrivato). Comincia a basare la sua vita e le sue scelte su quella che considera una sicura partecipazione al Grande Fratello, e comincia, così, a distorcere la realtà drammatica e difficile della sua vita quotidiana e a trasformarla in un mondo di pura alienazione e fantasia; un mondo fatto di paure, ad esempio quella di essere osservato da fantomatici responsabili delle selezioni, venuti a Napoli per valutare di persona se il suo comportamento sia tale da farlo partecipare al programma. Non diciamo altro sulla trama. Attraverso quanto abbiamo appena scritto, Garrone realizza un meccanismo quasi pirandelliano, in cui il protagonista entra in una personale pazzia, generata, oltre che dalle debolezze del suo carattere, dalle storture della società in cui viviamo, che enfatizza l’apparenza al posto dell’essenza, attraverso programmi popolarissimi come ‘Grande Fratello’. La vita di un personaggio normale, che si barcamenava in tutti i modi per guadagnarsi da vivere, dal carattere piuttosto simpatico, si trasforma nella vita di uno squilibrato, che pur di inseguire un sogno impossibile nega e distrugge la propria realtà. I sogni che fanno ‘male’, sono simboleggiati dalla frase che Enzo, ex personaggio del Grande Fratello, dice più volte a Luciano: “Never give up” (‘Non mollare mai’), “Non smettere di credere ai sogni”. I sogni sono tratteggiati egregiamente dalla cinepresa di Garrone, che più volte, quando questo Enzo è sulla scena, ci propone scenografie quasi barocche, vagamente felliniane, che sembrano rimandare all’idea di un circo, un luogo di fantasia, un paese dei balocchi che attrae a sé i più deboli. Per chiudere, “Reality” non è un capolavoro, in quanto presenta vari momenti di monotonia e cali di tensione; i personaggi a tratti sembrano essere fin troppo caricaturali e forzat, forse perchè il regista parla di Napoli (per la seconda volta dopo “Gomorra”) senza essere napoletano ma romano. Il film poteva essere il “The Truman Show” italiano, una pellicola a cui sembra rifarsi in più di un’occasione, non per analogia ma per opposizione: nel film con Jim Carrey il personaggio non si accorgeva di essere ripreso 24 ore su 24, mentre nel film di Garrone il personaggio crede di essere seguito (o addirittura ‘ripreso’ da un grillo che entra in casa sua, come descritto in una scena molto simpatica). The Truman Show è un film sulla conquista della propria libertà, oltre le ipocrisie e i limiti imposti dalla società; “Reality” è esattamente l’opposto, un film sulla perdita della propria libertà, causata appunto dalle ipocrisie della società. Infine, un grande applauso va tributato al protagonista Aniello Arena, che è abituato a vivere in una Casa molto particolare: la Casa di reclusione. L’attore, istrionico e molto espressivo, è infatti attualmente detenuto nel carcere di Volterra per un ergastolo. E’ stato scelto da Garrone, in quanto fa parte di una compagnia teatrale di detenuti. Per lui, contrariamente al personaggio interpretato, il film è stato sicuramente un’esperienza di libertà.

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